Lo scorso primo maggio è entrato in vigore in via provvisoria l’accordo di libero scambio traUnione Europea e i Paesi del Mecosur: Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. L’accordo crea un’area commerciale da circa 700 milioni di persone e prevede la riduzione o eliminazione graduale dei dazi su gran parte degli scambi, con vantaggi per industria, auto, macchinari, farmaceutica, agroalimentare e servizi europei, con un risparmio calcolato di 4 miliardi di euro l’anno.

La notizia ha fatto tirare un sospiro di sollievo ai sostenitori dell’accordo commerciale le cui negoziazioni erano in corso ormai dal 1999. D’altra parte, la zona di libero scambio preoccupa chi , in questi 27 anni, si è opposto alla sua attuazione: ambientalisti e NGO preoccupate per la scarsa tutela di foreste e lavoratori, ma soprattutto agricoltori e allevatori europei terrorizzati dall’arrivo di derrate agricole e carne a buon mercato.

Un accordo in bilico

L’accordo, per quanto la zona di libero scambio sia ora operativa, è appeso a un filo. Nonostante il Consiglio UE il 9 gennaio scorso avesse dato il via alla firma – avvenuta poi il 17 – il 21 gennaio il Parlamento europeo ha rinviato l’accordo alla Corte di Giustizia UE per un parere sulla compatibilità col diritto dell’Unione.

In attesa del parere dei giudici, quello in applicazione provvisoria è un accordo ad interim, limitato per lo più alle parti di natura commerciale, mentre quello intero interessa anche forme di cooperazione politica ed istituzionale.

Il ruolo dell’Italia

Il passaggio in Consiglio UE per la firma della Commissione europea non è passato indolore. Il 9 gennaio cinque Stati membri hanno votato contro, Francia, Polonia, Irlanda, Austria e Ungheria, ed uno, il Belgio, si è astenuto.

A preoccupare sono state le ricadute sul settore agro-alimentare, che avevano sollevato rimostranze anche da parte degli agricoltori.  “L’accordo Mercosur è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati di Bruxelles ai grandi gruppi industriali multinazionali stranieri, a partire dalle aziende tedesche del settore chimico”, aveva affermato Coldiretti in una nota diramata prima del voto.

L’Italia è stata la grande incognita della vigilia, con Roma che ha fatto di tutto pur di non scoprire le sue carte, nonostante il forte interscambio con i Paesi dell’area, che nel 2024 ammontavano a 16,4 miliardi di euro. Ora, con l’accordo l’Italia beneficerebbe di tariffe quasi allo 0% per la maggior parte dei prodotti, pur salvaguardando le denominazioni d’origine geografica – Gorgonzola e Chianti per intenderci. A spingere i Paesi recalcitranti a sostenere l’accordo sarebbe stata anche la promessa fatta pochi giorni prima del voto dalla Commissione europea di sbloccare 45 miliardi di euro fondi per gli agricoltori ed allevatori europei.

Questioni di allineamento

Come spesso accade nei negoziati internazionali, ricostruire con precisione l’intreccio di valutazioni politiche, interessi economici e compensazioni diplomatiche non è semplice. Nel caso del Mercosur, tuttavia, il voto italiano può essere letto anche alla luce degli equilibri interni all’Unione europea. La scelta di Meloni ha avvicinato Roma alla Germania, tradizionalmente favorevole all’accordo, e l’ha invece distinta dalla posizione della Francia, da tempo più critica.

Non è irrilevante che, due settimane dopo il voto, il cancelliere Merz sia stato accolto a Roma per la firma di un Patto d’Azione volto a rafforzare il dialogo su mercato interno e competitività, anche attraverso futuri bilaterali ministeriali.

Il Patto d’Azione italo-tedesco sembra così dare nuovo peso al rapporto con Berlino, affiancandosi al Trattato del Quirinale, siglato durante il governo Draghi per rafforzare la collaborazione con la Francia.

In altri termini, il voto sul Mercosur potrebbe essere letto anche come una scelta funzionale a consolidare una partnership italo-tedesca rilevante sul piano europeo. Merz esercita un’influenza significativa nel PPE, il gruppo che sta ridefinendo progressivamente i rapporti con la destra europea e con i Conservatori e Riformisti di Meloni.

Più che essere soltanto la strada per Montevideo a passare da Bruxelles per le imprese esportatrici europee, potrebbe essere anche la strada per Bruxelles a passare da Montevideo per Meloni.

*Dario Pio Mucilli

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